L’Intervista: Amb. Terzi, il made in Italy modella il gusto degli americani
25/03/2010
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Il made in Italy modella il gusto degli americani. La passione degli Stati Uniti per il made in Italy non conosce crisi, anzi modella sempre di più il gusto americano. Lo sottolinea l’Ambasciatore italiano a Washington, Giulio Terzi di Sant’Agata, facendo il punto sulle prospettive dell’export italiano oltreoceano. E ammirando il design italiano della Collezione Farnesina Design, “esattamente l’immagine che attira così tanto l’interesse degli Usa”.

Come è cambiato l’interesse degli Usa verso il made in Italy negli ultimi anni?

C’è stata una evoluzione verso il design sofisticato, simbolo della qualità della vita in Italia. Il gusto americano, da anni, coincide con i grandi valori della tradizione culturale italiana, che si esprime attraverso l’arte contemporanea nelle sue forme più alte, come dimostra la richiesta incessante da parte delle istituzioni culturali americane di esposizioni, presenze e manifestazioni della cultura italiana.

Qual è stato l’impatto della crisi per i prodotti italiani negli Usa?

Il made in Italy negli Usa si è confermato in modo brillante, nonostante la recessione economica che ha comportato una certa sofferenza per le nostre esportazioni, anche a causa del rafforzamento dell’euro sul dollaro. Il valore assoluto delle nostre esportazioni continua ad essere la meccanica con le macchine utensili e la componentistica. Parliamo di un business da cinque miliardi di dollari l’anno. Poi ci sono l’agroalimentare, tre miliardi di dollari, la moda e il design (altri cinque miliardi di dollari), settori che hanno risentito della crisi meno di altri, perché sono ormai radicati nel gusto e nella mentalità americana. E non dimentichiamo la ricerca farmaceutica, la biotecnologia: almeno due miliardi di dollari l’anno.

Ci sono ancora margini di crescita?

In un periodo difficile per i consumi, vi sono comunque delle opportunità di investimento. Quello americano non è un mercato saturo, e ci sono molti Stati in cui c’è tanto da fare per i nostri marchi. E non parlo soltanto di beni di consumo, ma anche di beni strumentali e di contratti per grandi opere.

Del resto, grandi realtà industriali italiane operano già da anni negli Stati Uniti attraverso società americane, conquistandosi fette di mercato nei settori della difesa, dei trasporti, delle infrastrutture e dei servizi. Presenze solide di gruppi come Finmeccanica, Fincantieri, Mediaset, Italcementi, Bracco, Brembo, Pirelli, Ferretti, Eni e Enel, insieme con tante altre grandi e medie aziende. Gli Stati Uniti sono il mercato principale per l’Italia fuori dall’Europa, un mercato che punta a rimanere di primissima rilevanza nonostante la concorrenza di paesi emergenti come Cina e India.

Servono nuove iniziative per reggere alla competizione globale? 

Bisogna sempre di più legare i prodotti a quelli che sono gli sviluppi del gusto e delle necessità dei consumatori, soprattutto delle fasce più giovani. Nel settore vinicolo, ad esempio, si registra il successo di prodotti come gli spumanti, nonostante la crisi e la concorrenza: con soluzioni innovative ed un marketing aggressivo, l’Italia ha guadagnato il 12% di presenza nel settore.

A riforma avvenuta, il MAE del futuro dovrà sempre più promuovere il sistema Italia all’estero, soprattutto attraverso la sua rete diplomatica. E’ d’accordo?

La promozione del sistema Paese con una tecnica di squadra è fondamentale in tutto il mondo, e soprattutto negli Stati Uniti. La forza attraente dell’economia americana si basa infatti sulla volontà politica di mantenere la leadership mondiale nel campo dell’innovazione. Basti pensare che vengono investiti 400 miliardi di dollari l’anno per ricerca e sviluppo, con tassi di crescita doppi rispetto al prodotto interno lordo. In un sistema così competitivo le imprese italiane che vogliono entrare devono seguire strategie studiate nel dettaglio: ad esempio, quando si parla di una fornitura statale, bisogna valutare le sensibilità politiche degli interlocutori. Fare sistema significa anche far capire ai nostri uffici di rappresentanza che se agiscono isolatamente hanno poco peso. Se le informazioni al contrario circolano, una grande struttura come il MAE, associata alla realtà imprenditoriale, può creare una grande massa critica che può competere su tutti i mercati. Non è un discorso nuovo, ma la riorganizzazione del MAE mira a creare un salto di competitività per il sistema Italia.